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Piano Juncker, solo 21 miliardi per partire 



Piano Juncker, solo 21 miliardi per partire  



L’ultima bozza dice che la dotazione reale del Piano Juncker sarà di 21
miliardi. «Appena», sospirano in molti, e il dibattito sulla strategia che verrà
svelata domani a Strasburgo comincia qui. In luglio il presidente della
Commissione Ue ha promesso un pacchetto da 300 miliardi di investimenti
anticiclici, senza specificare dove li avrebbe presi, cosa che probabilmente non
sapeva. Adesso l’obiettivo è cresciuto a 315 miliardi, ma ci si arriva con un
moltiplicatore importante: si spera cioè che ogni euro pubblico ne attiri altri
15 nei cantieri europei. Sulla carta possono metterci dei soldi anche i governi
(e i privati!). Però, alle attuali condizioni, non si capisce perché dovrebbero
farlo. 

 

Nel quartiere generale della Commissione i nervi sono tesi. Stavolta non si
può fallire, non è possibile fare il bis del piano da 120 miliardi del 2012,
presentato con tutte le fanfare e alla fine dimostratosi deludente. La stessa
Garanzia per i giovani che doveva offrire una opportunità di formazione per i
ragazzi disoccupati ha dato risultati inferiori alle attese. Mentre il
continente rischia un terzo giro nell’inferno recessione, i leader si sono resi
conto che - pur mantenendo la stabilità dei bilanci - è necessario agire dal
lato della domanda, spingendo sugli investimenti. Di qui l’atteso Piano Juncker
e i miliardi promessi, 300 come gli eroi delle Termopili, riferimento casuale
però involontariamente efficace: la situazione del lavoro e della crescita è
drammatica. 

 

Juncker ha accelerato il percorso, scoprendo passo dopo passo che in fondo i
governi nazionali - che col coltello dalla parte del manico - hanno una
predilezione per le parole più che per i fatti. Il suo Piano decolla pertanto
con passo incerto e 21 miliardi di dote effettiva, meno del previsto: 16 saranno
riciclati dal bilancio Ue, dal fondo infrastrutture Connecting Europe (che pesa
30 miliardi) e da Horizon 2020 (strumento per a ricerca da 80 Miliardi); i
rimanenti 5 miliardi saranno firmati dalla Bei.  

 

I denari finiranno nell’Efsi, European Fund for Strategic Investment (nome
provvisorio), il «veicolo» che sarà usato dalla bei per garantire i programmi di
investimento selezionati a Bruxelles e darà tutela in caso di «prima perdita»,
scenario possibile perché si tratta di operazioni più ambiziose che comportano
un qualche rischio aggiuntivo. Gli ingegneri finanziari della Commissione
assicurano che allo stato attuale, un effetto leva di 15 volte è possibile,
schema che eleva il totale a 315. Soldi virtuali. 

 











Nei giorni scorsi l’ipotesi di un moltiplicatore a 10 aveva sollevato
parecchie critiche, anche all’Europarlamento. Aperte due questioni principali.
La prima è la possibilità che gli stati partecipino all’Efsi: difficile che lo
facciano senza possibilità di scaricare gli esborsi dal Patto di Stabilità
(ipotesi ardua) e difficile che succeda non all’unanimità. La seconda riguarda i
progetti presentati dagli Stati, sono oltre 1800 e valgono 1.110 miliardi.
Bruxelles dovrà sfoltire e questo non farà piacere alle capitali, che guardano
al Piano con enfasi disomogenea. Juncker farà fatica a tenere insieme il
progetto. Ma se i risultati non arriveranno, sarà ingiusto dare la colpa in
prima battuta a lui piuttosto che ai ventotto governi Ue.
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