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“Io, bottino di guerra e schiava dei jihadisti” di MONICA PEROSINO



“Io, bottino di guerra e schiava dei jihadisti”  di MONICA PEROSINO




Alcune preferiscono morire, e scelgono il suicidio. Altre invocano il colpo
di grazia, supplicano inutilmente i miliziani che le tengono prigioniere di
mettere fine alla loro sofferenza con un colpo alla testa. La maggior parte di
loro da mesi continua a sopravvivere, sopportando stupri di gruppo, botte, abusi
e umiliazioni.  

Sono le migliaia di giovani donne yazide seppellite nelle prigioni dell’Isis,
nel Nord dell’Iraq. Hanno 11, 15, 20 anni. E sono almeno 5000. Schiave, le
definiscono i jihadisti, o bottino di guerra. Vengono scambiate con armi e
favori, vendute al mercato, le più belle e sane costrette a matrimoni forzati
dopo essere state convertite all’Islam. Lo stesso Stato Islamico ha apertamente
riconosciuto la sua industria della schiavitù. In un articolo su «Dabiq», il
giornale dell’Isis in lingua inglese, si spiega che si tratta «solo di far
rivivere un’antica tradizione in linea con la Sharia».  

 I ragazzi rapiti vengono arruolati come combattenti, le ragazze «usate» come
concubine. Quelle più giovani e belle vanno ai miliziani di grado più alto, le
altre vengono rinchiuse nelle «stanze delle torture» e subiscono le violenze dei
jihadisti meno importanti.

Gli yazidi seguono una religione influenzata da diverse fedi, tra cui il
Zoroastrismo, l’Ebraismo e l’Islam. Ma lo Stato islamico li considera pagani
devoti del diavolo e quindi meritevoli di schiavitù o di morte.  

Il calvario degli yazidi è iniziato il 3 agosto, quando l’Isis ha lanciato un
attacco nei loro villaggi, nella regione del Sinjar, che ha costretto migliaia
di persone a fuggire sulle montagne vicine, al confine tra Iraq e Siria. Poi
sono arrivati i rastrellamenti, e i rapimenti.  

 In poche sono riuscite a fuggire, per ora sono solo 150. Nessuna di loro
riesce a descrivere le violenze che hanno subito. Tra le sopravvissute c’è chi
ha smesso di parlare, altre si strappano i capelli senza sosta o si tagliano
braccia e gambe, molte sembrano distanti, guardano nel vuoto. D. A., 15 anni, ce
l’ha fatta. «Quando mi hanno preso - racconta al “New York Times” - non volevo
lasciare la mano di mia mamma. Poi mi hanno puntato una pistola alla testa, e
lei mi ha detto “vai, devi vivere”». L’uomo che l’ha presa, il 2 agosto, ha
«scelto» anche la sua sorellina più piccola, 12 anni: «Non riusciva a parlare,
non riusciva nemmeno a piangere. Sembrava non sentisse più nulla». È stata
l’ultima volta che l’ha vista.

Per settimane D.A. è stata trasferita da una prigione all’altra, con gruppi
diversi di altre giovani rapite: «Ci vendevano come oggetti all’asta». Raqqa,
Mosul, e case sparse sul confine con la Siria. «Sentivo le ragazze che venivano
prese dalle stanze comuni, anche in piena notte, mentre dormivano, per essere
violentate».  Dopo mesi di supplizio l’annuncio: «Mi hanno detto che nel giro di tre giorni mi
avrebbero sposata. È stato allora che ho deciso di fuggire». Con una campagna di
cella riesce a passare da una piccola finestra e uscire nel buio. «Abbiamo corso
per non so quanto, fino a quando ci siamo imbattute in una casa». Un uomo, un
arabo, le ha aiutate, e ha organizzato un incontro con il fratello di D. A. in
un’area curda della Siria. L’aiuto è costato 3.700 dollari. Ora A.D. aspetta.
Aspetta di sapere se i suoi genitori, le sue cinque sorelle e il suo nipotino
sono ancora vivi.  



MONICA PEROSINO
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